Origine ed evoluzione dei moduli

 GLI ALBORI

Alle origini il giuoco del calcio non aveva vere e proprie regole codificate. Da ciò, deduciamo come sia inappropriato parlare di tattica e di spirito collettivo all’interno di questo contesto. Ogni giocatore di movimento, infatti, attraverso azioni personali, cercava di raggiungere la porta avversaria. Di conseguenza, molti dribbling ma pochi passaggi.

1-1-8

Il primo modulo che possiamo riconoscere nel processo di evoluzione del Calcio è l’1-1-8. Uno schieramento profondamente offensivo che prevedeva un portiere, un difensore, un centrocampista e otto attaccanti. Agli esordi si giocava in maniera individuale: niente reparti, zero collaborazione, nessun passaggio e tutto basato sul dribbling. La mentalità era sicuramente offensiva e, se pensiamo al “nostro” 4-4-2, possiamo notare come l’evoluzione che è scaturita sia stata profondamente difensiva.

2-2-6

I primi a codificare il modulo principale furono gli scozzesi, famosi per il loro calcio sofisticato e all’avanguardia, che il 30 Novembre 1872 a Glasgow, in occasione del primo match internazionale Scozia-Inghilterra introdussero un nuovo modo di giocare che aveva come principio quello di raddoppiare gli uomini in fase difensiva. Nonostante le due compagini avessero adottato due moduli altamente offensivi, (da una parte il 2-2-6 scozzese e dall’altra l’1-1-8 inglese) il match terminò sul risultato di 0-0, ossia a reti inviolate. Da quel giorno nacque un principio ideologico di grande spessore, caposaldo della cultura calcistica moderna e contemporanea: l’efficacia di un attacco non dipende dal numero degli attaccanti, bensì dal loro razionale impiego.

Nei college inglesi questo gioco individuale prese il nome di “Dribbling game”. Fondamentale fu il passaggio, sotto la spinta degli scozzesi, al “Passing game”, ossia la manovra basata sul passaggio al compagno. Fu questa transizione che diede inizio alla lunga e complessa evoluzione tattica.

IL SISTEMA A PIRAMIDE (2-3-5)

Il calcio di fine ‘800 trovava ampio respiro soprattutto all’interno delle Università inglesi, tanto che queste furono i primi ambienti in cui il gioco del calcio divenne oggetto di studio. Fondamentale fu il contributo del college di Cambridge che introdusse una metodologia, alla quale vanno fatti risalire tutti gli schemi moderni. L’innovazione in questione è il cosiddetto sistema a “Piramide”, il 2-3-5. Questo modulo era costituito da 3 linee. La prima è quella formata dagli attaccanti, la seconda, o linea mediana, è composta dai tre centrocampisti mentre l’ultima, o terza linea, vede il posizionamento dei due difensori. Da qui, il nome di “terzini”.

Nonostante questo modulo ebbe grande sviluppo in Europa, il suo limite fu l’assenza del concetto di marcatura tra i suoi principi fondamentali. Il “metodo” e il “sistema”, quindi, furono il conseguente step successivo.

IL METODO (2-3-2-3)

Chiamato anche “modulo a W”, per la disposizione dei giocatori che andavano a formare due W una sopra l’altra, questa disposizione di gioco si caratterizzava per la presenza di due terzini, una linea mediana formata da due mediani laterali che si allargavano a marcare le due ali avversarie e un centromediano che diventava la figura dominante della squadra. Le sue funzioni ricordavano molto il ruolo assunto dal “libero”, in fase difensiva, e dal “regista” attuale, in fase di costruzione. La fase offensiva, invece, non presentava più la linea a cinque, bensì due interni e una linea leggermente più avanzata costituita da due ali molto larghe e la punta centrale.

In Italia tale modulo ebbe grande risalto grazie a mister Pozzo che portò, con il “metodo”, la Nazionale a conquistare il Mondiale nel 1934 e nel 1938, oltre alla medaglia olimpica del 1936. Tuttavia Pozzo elaborò tale sistema dando risalto maggiormente alla fase difensiva e basando la fase offensiva sul contropiede.

IL SISTEMA (3-2-2-3)

Fautore di questo modulo fu Herbert Chapman, stratega di grande valore che, tra le sue esperienze, lavorò per l’Arsenal. Il “Chapman system”, da qui il “sistema”, si caratterizzava ancora per la presenza del centromediano che, però, adesso, veniva schierato qualche metro indietro sulla linea dei terzini, andando a coprire il ruolo dello “stopper”. Suo compito era quello di prendersi a carico in toto l’attaccante centrale. Nacque così un 3-2-2-3 che disegnava una “WM”, simbolo che in poco tempo si estese in tutta Europa. Si sviluppò un calcio differente, caratterizzato da marcature asfissianti e un gioco meno tecnico e dinamico, ma più veloce e fisico. I risultati di Chapman parlarono non solo sulla carta, ma, soprattutto, sul campo. In cinque anni l’Arsenal ottenne una coppa di Inghilterra e tre titoli nazionali. In Italia la prima ad adottare questo modulo fu il Genoa. Il Grande Torino ottenne tutti i suoi successi grazie al “sistema”.

A questo modulo, furono apportati immediatamente molti aggiustamenti. Significativi furono quelli apportati da Barbieri, Nereo Rocco e Gipo Viani. Quest’ultimo diede alla luce il cosiddetto “Vianema”, precursore del più conosciuto “Catenaccio”. Nel “Vianema” il 9 era occupato da un giocatore difensivo che, al fischio d’inizio, arretrava andando a marcare la punta avversaria, così da liberare il centromediano che, libero da vincoli, andava a chiudere le giocate avversarie.

LA DIAGONAL

Nel frattempo Brasile, Argentina e Uruguay portavano avanti una mentalità totalmente differente dal resto d’Europa. Mentre Brasiliani e Argentini si affidavano all’estro dei propri talenti, l’Uruguay adottò una rigorosa organizzazione che prevedeva il centroavanti arretrato e che prese il nome di “en abanico” ossia “a ventaglio”, per la struttura che si andava così a formare. Questa figura è rilevante perché ritorna nella Diagonal, metodo di gioco che prese piede nel Dopoguerra. Questo modulo dava molta rilevanza alle fasce laterali, in particolar modo al lavoro in tandem del terzino e dell’ala. Questi, poi, cambiavano gioco per il mediano che poteva cooperare con l’attaccante arretrato.

IL 4-2-4

Siamo nel 1958. Il Brasile, guidato dall’oriundo Feola, si presentò in campo con tre linee parallele formate da quattro difensori, due mediani, uno di contenimento e uno di regia, e quattro attaccanti. La sua importanza e il suo peso sono stati fondamentali per lo sviluppo del calcio moderno. Dalle sue correzioni, infatti, discendono il 4-3-3, con l’arretramento di un attaccante, e il 4-4-2, con gli attaccanti che devono creare spazi per l’inserimento dei centrocampisti.

Tuttavia l’Europa faticò ad applicare questa nuova metodologia.

L’OLANDA

Negli anni ’70 un ruolo di primo piano fu occupato dagli olandesi e dal loro modo di vedere il calcio. La loro rivoluzione non riguardava lo schieramento degli uomini in campo, bensì il concetto stesso di calciatore. Non si parlava più di fissità dei ruoli ma si aprì ad una visione universale del calciatore, ossia un giocatore in grado di ricoprire più ruoli, essere duttile per la squadra. Il portiere iniziò ad utilizzare i piedi in maniera “intelligente”. Giocatore simbolo di questa rivoluzione fu un olandese, Johann Cruijff. Il fuorigioco sistematico e il pressing sono figli di questo periodo storico-culturale.

IL 3-5-2 E LA DIFESA A 5

L’ultima evoluzione riguarda l’assetto difensivo. Dalla difesa a quattro si è passati a tre centrali di difesa, di cui uno in funzione di “libero” e due laterali. Se, poi, questi ultimi si posizionano sulla linea del centrocampo ecco che si formerà una linea difensiva a tre.

 

 

 

 

 

 

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